Giuseppe Mancini un eroe aretino dimenticato e scippato dell’intitolazione dello stadio dal 1961

Anche Arezzo pagò un contributo durissimo alla Grande Guerra. Tanti, troppi, furono i suoi figli che non tornarono a casa. Per molte famiglie aretine la vittoria ebbe un sapore amaro. Fu il conflitto più sanguinoso e crudele nella storia dell'Europa moderna, cui prese parte l'Italia intera. Un'immane tragedia che lasciò ai superstiti il dono d'essere scampati, prima ancora che d'essere vincitori e, alla Nazione, un'identità ben più forte di quella ereditata dall'avventura Risorgimentale e dalla nascita dello Stato italiano. Tra gli eroi di quell'epica impresa ci fu Giuseppe Mancini, aretino e medaglia d'oro al valore. Tenente dei bersaglieri, era già stato più volte ferito e decorato con la medaglia d'argento per le sue gesta al fronte.  Dopo la rotta di Caporetto, chiese d'essere inviato a combattere con i suoi bersaglieri del XXIII reggimento nell'Altopiano di Asiago, dove trovò la morte il 4 dicembre del 1917 da valoroso, sul monte Miela. Queste le motivazioni del conferimento della medaglia d'oro al valore, solo un po' depurate dall'enfasi del contesto: "Alla testa del proprio reparto, incitando i suoi soldati con la parola e con l'esempio, li guidava all'assalto della linea nemica, che costringeva ad asserragliarsi in una vicina baita... Ferito a bruciapelo da un colpo di fucile all'addome, non volle cedere al nemico... e animando con la voce i superstiti della compagnia, li trascinava ad un nuovo assalto sbaragliando il nemico e impadronendosi della baita". Alla memoria di Giuseppe Mancini fu intitolato il vecchio stadio al Campo di Marte, ma anche la lapide a lui dedicata sparì in quello nuovo inaugurato, in pompa magna, da Amintore Fanfani nella partita inaugurale della stagione 1961-62. Non fu una dimenticanza. S'era in piena controriforma, in anni in cui le ferite lasciate dalla seconda guerra mondiale, erano ancora troppo fresche e, perfino un gesto di grande eroismo come quello di Giuseppe Mancini, poteva assumere un significato ambiguo. Qualcuno che contava in città lo confuse con la retorica del ventennio, come se invece di orgoglio provasse vergogna per un grande eroe aretino e il Comunale è rimasto desolatamente anonimo. Si cancellò la storia d'un grande eroe aretino, in nome di una retorica triste e ingiusta al pari di quella opposta del Ventennio fascista. Sono passati quasi sessanta anni da allora e il nostro stadio è ancora privo d'intitolazione. Eppure anche il terreno per costruire il vecchio Mancini, ora per metà occupata dal palazzo ex Standa, fu donato al Comune dalla famiglia di Giuseppe e quello dove sorse il nuovo stadio fu acquistato con i proventi della vendita di quell'area. Proprio nei giardini del vecchio Campo di Marte a lui intitolati, di recente l'Associazione Bersaglieri di Arezzo ha deposto un Cippo alla memoria dell'eroe aretino. Una bella in iniziativa, che lenisce ma non rimargina una ferita che resta ancora aperta. Dopo quasi sessant'anni, la città di Arezzo ha il dovere morale di rimediare all'ipocrisia della storia, restituendo a Giuseppe Mancini ciò che gli è dovuto. Non è mai troppo tardi per fare giustizia e, in ogni caso, meglio tardi che mai.

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Redazione, 12/05/2017 00:00:00

Giorgio Ciofini (Giornalista e Scrittore)

Giorgio Ciofini è un giornalista laureato in lettere e filosofia, ha collaborato con Teletruria, la Nazione e il Corriere di Arezzo, è stato direttore della Biblioteca e del Museo dell'Accademia Etrusca di Cortona e della Biblioteca Città di Arezzo. E' stato direttore responsabile di varie riviste con carattere culturale, politico e sportivo. Ha pubblicato il Can da l'Agli e il Can di Betto e in collaborazione con Vittorio Beoni, la Nostra Giostra e il Palio dell'Assunto. Attualmente sta lavorando al can de' Svizzeri, in uscita il prossimo dicembre.

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