Così non si fa!!!

"Così non si fa!".

Ebbene, queste parole dovrebbero rappresentare il massimo della reprimenda che un padre rivolge al proprio figlio dopo aver combinato qualcosa di gravemente sbagliato?

Parole ottime e ben calibrate se il padre in questione avesse visto il proprio figlio fare un gavettone non gradito ad un amichetto. O magari avesse dovuto riprendere il figlio per non aver fatto i compiti assegnati da qualche professore.

Tuttalpiù tale riprensione sarebbe stata idonea per brontolare un figlio un po' troppo irrequieto e agitato (immagino la scena), un figlio disubbidiente che magari risponde a tono e il padre perentorio urla: "Così non si fa!".

Ottimo, giusto, perfetto.

Peccato che il padre che ha pronunciato queste parole non lo ha fatto davanti all'ennesima monelleria del figlio, ma dopo che quest'ultimo è stato uno degli autori nell'ordine: di una rapina, di lesioni gravissime, sequestro di persona e di stupro.

Reati posti in essere peraltro in gruppo e dunque in concorso con più persone.

Ecco allora che quel "così non si fa" assume un tono amaro, un'amarezza dovuta alla pochezza di un padre che non capisce la gravità di quanto fatto dal figlio.

Un padre che con questa affermazione derubrica gli atti gravissimi del figlio a birbonata adolescenziale.

Non capisce, o fa finta di non capire, la portata tragica che le azioni di suo figlio hanno avuto su due giovani che erano inermi su una spiaggia.

Due giovani innamorati che, andando di notte su quella spiaggia, avevano messo in conto come rischio più alto, quello di insabbiarsi le scarpe.

Invece ne sono usciti con ferite fisiche gravissime (che si ripareranno tra qualche mese) e con ferite interiori che non avranno mai una guarigione definitiva.

Il "così non si fa" è l'ennesima parte di una tragedia, una tragedia che si vorrebbe tentare di far diventare una commedia.

Una tragedia che si sarebbe potuta evitare, ma non è su questo punto che voglio concentrare la mia attenzione.

Un padre che non capisce, non comprende nulla della portata criminogena dell'azione del figlio e degli effetti devastanti che tali atti hanno creato. Non ultimo, anche sotto il profilo della tenuta della società in relazione al fenomeno dell'immigrazione.

Però quel padre, che ha perso ormai da tempo da parte dei figli ogni credibilità e autorevolezza sia etica che morale, essendo anche lui un pregiudicato ai domiciliari, una cosa è riuscita a capirla subito. Ovvero che la Polizia era ormai sulle tracce del figlio. Un figlio braccato insieme a quel branco di criminali. Nello stesso momento in cui rimproverava il figlio come se avesse rubato una caramella, gli consiglia di costituirsi.

Certo..."il costituirsi" panacea di ogni male.

Formuletta magica che ogni galeotto esperto è in grado di consigliare, magari per aver beneficiato in passato e personalmente degli effetti di questa, per certi aspetti, orribile magia.

Un invito a costituirsi non certamente frutto di genuino pentimento ma di ultima e disperata scelta obbligata davanti a fughe ormai diventate impossibili.

Soprattutto sperando che in sede di celebrazione di processo, quando le acque mosse dallo sdegno della pubblica opinione si saranno calmate, qualche giudice legga questo atto come motivo sufficiente a concedere una qualche forma di premialità.

No, se vogliamo sconfiggere l'ondata intollerabile di razzismo che si alimenta dallo strumentalizzare episodi di questo genere, non possiamo e non dobbiamo avere indugi.

Non possiamo accettare alcuna derubricazione rispetto a tali fatti gravissimi.

Dobbiamo individuare bene le vittime e i carnefici e farla finita di invertire ruoli non invertibili.

Quando i carnefici sconteranno la loro pena, che mi auguro lunga e davvero afflittiva, torneranno alla loro vita, le vittime no, loro resteranno segnate a vita.

Sono anche favorevole alla rieducazione (ci mancherebbe!), ma spero che questa venga svolta dietro una finestra con le sbarre e una porta blindata.

La rieducazione non può essere utilizzata come sotterfugio per allentare e alleggerire quell'aspetto della pena che i giuristi bravi chiamano "aspetto retributivo", riassumibile nel "tanto hai commesso e tanto devi pagare alla società".

Tutti coloro che commettono simili atrocità devono cominciare a pagare e ad assumersi fino in fondo tutto il peso della propria "retribuzione" rispetto agli atti che hanno compiuto, altro che "così non si fa".

Qui non c'entra la nazionalità, purtroppo uomini di tutte le nazionalità e provenienze sono capaci di compiere simili nefandezze. Disconoscere questo è illusorio e pericoloso oltre ad essere irreale.

Il principio del chi sbaglia paga deve essere vissuto come una sorta di principio di uguaglianza, non importa di che colore si è, da dove si provenga. Se si sbaglia si paga.

La legge tutela e deve tutelare gli innocenti e chi resta vittima di simili fatti, o perlomeno dovrebbe essere tesa a questo. Non è più accettabile derogare questo principio se vogliamo avere sicurezza e vogliamo impedire il nascere ed il crescere di rigurgiti irrazionali che ci possono portare ad avventurarci in lidi inesplorati, o meglio lidi che la storia ben conosce.

In fondo è semplice. Ci sono le leggi, basterebbe applicarle. Non è un caso che anche fatti come questi nascano da vicende dove si è derogato, eccome se si è derogato, a norma esistenti. Se fossero state applicate, gli autori non sarebbero nemmeno stati in Italia.

Non vi è ombra di dubbio che le vittime in quella spiaggia sono stati i giovani ragazzi polacchi ed il trans peruviano.

Le vittime quella sera potevamo essere noi, del resto sarebbe bastato accettare il rischio di sporcarsi le scarpe con la sabbia.

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Redazione, 06/09/2017 09:10:22

GIACOMO MORETTI (1979)

Nato ad Arezzo – Dopo aver assolto agli obblighi di leva comincia subito a lavorare, dalla raccolta stagionale del tabacco passa ad esperienze lavorative alla Buitoni e all’UnoaErre. Si iscrive “tardivamente” all’età di 21 anni alla Facoltà di Giurisprudenza di Urbino dove conseguirà la laurea in corso. Successivamente conseguirà il Diploma presso la Scuola di Specializzazione per le professioni legali. Assolta la pratica forense, nel 2012 si abilita all’esercizio della professione forense superando l’esame di stato presso la Corte d’Appello di Firenze. Iscritto all’Ordine degli Avvocati di Arezzo esercita la professione forense fino al dicembre 2016. Attualmente si è sospeso volontariamente dall’esercizio della professione di avvocato per accettazione di incarico presso un ente pubblico a seguito della vincita di un concorso. Molto legato al proprio territorio, Consigliere comunale ad Anghiari per due consiliature consecutive. Pur di non lasciare la “sua” Anghiari vive attualmente da pendolare. Attento alla politica ed all’attualità locale e non solo, con il difetto di “dire”, scrivere, sempre quello che pensa. Nel tempo libero, poco, ama camminare e passeggiare per la Valtiberina e fotografarne i paesaggi unici.

Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.

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