Un Paese allo stremo…

Mò ci hanno tolto pure il calcio. La clamorosa – e vergognosa – esclusione dell'Italia dai prossimi Mondiali in Russia, 60 anni dopo, ha qualcosa di epocale. Segna il fallimento, l'ennesimo, di un Paese che sta vivendo una delle sue fasi più buie e negative. Il calcio in Italia non è soltanto un pallone che rotola, come pensano i superficiali. Diffidate di chi oggi magari afferma "l'Italia fuori dai Mondiali? Bene", son gli stessi poi che quando gli Azzurri vincono sfilano a frotte in strada con il tricolore perché va di moda senza conoscere magari neanche un calciatore. E' una passione antica e radicata, è la disciplina agonistica nazionale per eccellenza, è economia e industria. E' anche uno di quegli argomenti, assieme alla politica, sui quali si discute e magari ci si accapiglia da sempre con fervore. Da quando avevo i calzoni corti, l'appuntamento con i Mondiali di Calcio non è mai mancato, a partire da Messico '70. C'erano Riva e Facchetti allora, c'era una squadra azzurra che cedette solo in finale allo strapotere tecnico del fantastico Brasile di Pelè. Da allora in poi belle soddisfazioni, qualche delusione cocente, ma sempre la consapevolezza di "esserci" da protagonisti. E una vittoria ai Mondiali aveva anche il potere di unire un Paese diviso in mille rivoli, magari per poco, ma sempre con passione e spirito di identità. Niente Russia adesso, niente fase finale, e fa uno strano effetto. Questa vergognosa, ma francamente giusta, eliminazione è la classica ciliegina sulla torta, o ciliegiona sul tortino. Nel senso che amplifica il fallimento di un Paese. Della sua classe politica e dirigenziale a tutti i livelli in primis. E forse, dispiace dirlo, anche di noi italiani. Che non ci rendiamo conto, o facciamo finta, di precipitare sempre più in basso su ogni versante del nostro vivere quotidiano. Ditemi oggi se c'è qualcosa che funziona in questa Italia. La classe politica è scesa a livelli di inadeguatezza e di scarso gradimento mai registrati in passato, basti guardare alle percentuali di quanti si recano, stancamente, alle urne. L'imprenditoria, fatta salva qualche rara e benemerita eccezione, è ridotta a poca roba rispetto ai fasti di un tempo, vedi l'invasione di marchi e sigle straniere ai vertici delle nostre aziende (una nuova similitudine col calcio: a Milano le due gloriose società meneghine, Milan e Inter, sono in mano ai cinesi). Funziona forse la sanità, il sociale, la scuola? Funzionano forse i servizi e il sistema giudiziario? Siamo martellati da un'oppressione fiscale che non ha uguali in Europa e nel frattempo ci hanno tolto anche la volontà e il diritto di risparmiare, come recita la Costituzione, dato lo tsunami che ha colpito le banche (e soprattutto i risparmiatori). Lavoro ce n'è sempre meno, i nostri giovani emigrano copiosamente all'estero per cercare un futuro degno, e nel mentre quei geni che stanno a Roma stanno studiando pure di innalzare l'età pensionistica. Siamo sottoposti quotidianamente a flussi di immigrati in arrivo da ogni dove e incontrollati, non c'è nemmeno più la percezione di sicurezza.  Certo, noi italiani abbiamo anche virtù. Siamo orgogliosi, lavoratori, solidali, creativi, abbiamo un Paese che è un autentico concentrato di ricchezze paesaggistiche e artistiche come nessuno. Però non basta più il bel contorno se quel che c'è dentro è privo di idee, slanci, incartato su sé stesso. Occorre uno scatto, è necessario ribellarsi a quello "stremo" citato nel titolo che è più che altro mentale. La Svezia, non in Brasile o la Germania, ci ha mandato a casa. Popolo nobile e antico quello scandinavo, per carità, bravissimo nel fare mobili con l'Ikea ma che col pallone fra i piedi, la storia ce lo insegna, non ci vale di certo. Cominciamo a mandare a casa noi chi ci sta facendo precipitare in un imbuto senza fondo e rialziamo la testa. Nel calcio e in tutto il resto. Sarebbe ora.

0 commenti alla notizia
Redazione, 14/11/2017 12:33:20

Francesco Del Teglia (1959)

Giornalista pubblicista di lungo corso, è inviato fisso per Sansepolcro e la Valtiberina Toscana del quotidiano Corriere di Arezzo fin dalla sua nascita, nel 1985, ma vanta esperienze anche a livello televisivo e collaborazioni con periodici vari. Politica e sport i campi di particolare competenza professionale. È stato anche addetto stampa di vari enti.

Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.

Lascia il tuo commento

Per vedere il tuo commento pubblicato dovrai validarlo.
Riceverai quindi una mail con un link per validare il commento.

Attenzione: tutti i campi sono obbligatori!

Nome
E-mail pubblica
Il tuo commento
Consenso alla privacy Accetto NON Accetto
Consenso a ricevere
comunicazioni commerciali
Accetto NON Accetto







Scrivi tu il primo commento!