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Economia
Giancarlo De Bortoli costretto a chiudere l’azienda, svela i segreti dei grandi stilisti: "Mi davano 24 euro per una camicia e 40 per un abito. Venduti in boutique a 490 e 890" |
| "Così i signori della moda aiutano i clandestini e fanno fallire gli italiani" |
Lo chiamano made in Italy, ma è più sfatto che fatto. Diciamo pure marcio. In cima alla scala ci sono i signori della moda. Venerati e intoccabili: ci mettono la faccia. Un gradino sotto stanno i terzisti. Carne da macello: ci mettono il sangue. Giancarlo De Bortoli, 61 anni, titolare della Herry's confezioni di Pramaggiore, dove il Veneto sfuma in Friuli, era un terzista. Lo hanno vampirizzato: «Sto portando i libri in tribunale. Il mio mondo finisce qui. Avrei dovuto smettere prima. Ho resistito fino all'ultimo per le dipendenti, che erano la mia famiglia. È stato tutto inutile. Sia ben chiaro: non è colpa né del governo, né delle banche. Sono stati gli stilisti a strangolarmi, lentamente ma inesorabilmente. E allora mi sono detto: dichiara fallimento da solo, Giancarlo, cadi con onore, non farti mettere i sigilli di ceralacca dall'ufficiale giudiziario». De Bortoli un fallito? Com'è possibile, in nome del cielo? Sa fare come pochi il suo mestiere, ha sempre sgobbato 12 ore al giorno, praticava prezzi concorrenziali, era arrivato a produrre 20.000 capi l'anno, non contraeva debiti, non s'è arricchito, era oculato, pagava regolarmente gli stipendi, versava i contributi previdenziali, non evadeva le tasse, nello stabilimento aveva messo per le sue operaie il climatizzatore e l'impianto stereo. Che altro ancora si può chiedere a un imprenditore? Spiegatemelo voi. Io lo conoscevo bene Giancarlo De Bortoli. Era uno dei migliori su piazza, fidatevi. Faceva le camicie su misura persino per i 9 piloti della flotta aerea privata dei Benetton. Pochi riuscivano a lavorare la seta, il raso, lo chiffon, la crêpe georgette come lui. Ma nessuno doveva sapere che dalla sua fabbrica uscivano i capi d'alta moda per signora con cucite sopra le etichette delle più grandi maison d'Italia: Gucci, Prada, Max Mara, Miu Miu, Etro, Sportmax, Costume National, Duca d'Aosta, Cividini. E poi Giorgio Armani: «Ho dovuto comprare sette tenaglie per spezzare nei punti di cucitura le perle che ricoprivano una sua giacca». E poi Valentino: «Trecento pigiami ordinati attraverso il maglificio Nigi di Mogliano Veneto, eh sì, c'è anche il terzista del terzista». E poi le sorelle Fendi: «Duecento tailleur tempestati di paillettes, il solo pantalone sarà pesato 10 chili». E anche griffe straniere, perché in fatto di contoterzismo tutto il mondo è paese: Emanuel Ungaro, Apara, Pringle of Scotland, Strenesse, Tse cashmere. «Ho prodotto camicioni per conto di Stella McCartney, figlia di Paul, il cantante dei Beatles, la stilista che ha fatto l'abito da sposa di Madonna. Ma la casa per cui ho lavorato di più in assoluto è stata Jil Sander. Per una decina d'anni la fondatrice, Heidemarie Jiline Sander, da Amburgo mi mandava l'ordine per le camicie che indossava lei stessa, i suoi stampi erano conservati qui da me in azienda». Io lo conoscevo bene Giancarlo De Bortoli. Ma ora non lo riconosco più. La barba di un giorno, gli occhi arrossati, la voce tremante. «Ti vengono strane idee. Se non fosse per mia figlia e per le mie due nipotine...», e la mente va allo stilista inglese Alexander McQueen, già pupillo di Romeo Gigli e Givenchy: «Gli fornivo le camicie. Avrebbe compiuto 41 anni fra qualche giorno. È morto a Londra l'11 febbraio scorso. Suicida». Dall'estate del 2008 sono ben 13 gli imprenditori veneti che si sono ammazzati dopo aver visto naufragare la loro azienda: quasi uno al mese. Maledetto il giorno in cui De Bortoli diede retta al padre Antonio, che aveva visto emigrare verso la Svizzera tutti i suoi figli. «Ero elettrotecnico alla Brown Boveri di Baden, stipendio ottimo. Papà mi telefonò: "È mai possibile che di tre figli debba morire senza averne almeno uno qui vicino a me?". Tornai a Motta di Livenza. Era il 1968. Sposai Maria Paola. Entrai nel ramo tessile con un amico. Volevo chiamare la nostra azienda Harry's, in onore di Ernest Hemingway, assiduo frequentatore dell'Harry's bar di Venezia. "No, no, Arrigo Cipriani ci fa causa", obiettò il mio socio. E all'ultimo momento infilò nel marchio una "e" al posto della "a", Herry's». Ben presto Giancarlo e Maria Paola subentrarono all'amico. Avevano due laboratori: lei abiti da donna, lui camicie. «È morta nel 2004. Ho assorbito l'intera produzione nella mia azienda, come Maria Paola avrebbe desiderato. Negli anni d'oro eravamo arrivati a 97 dipendenti, tra fissi e occasionali. Ho chiuso che mi restavano solo 24 collaboratrici, tutte anziane». Un solo errore ha commesso De Bortoli: s'è accorto troppo tardi che giù, in fondo alla scala, ci sono scantinati e garage brulicanti di terzisti extracomunitari che impiegano schiavi, per lo più clandestini, «gente che ai re Mida dell'ago e filo fornisce un paio di jeans a una cifra oscillante fra i 4 e i 6,50 euro, quando il prezzo minimo, per chi lavora con tutti i crismi, non può mai scendere sotto i 25-30, gente che per una camicia accetta 16-22 euro, mentre a me ne costava non meno di 30-36. Non la vinci, non la puoi vincere, una concorrenza così sleale, fuori da qualsiasi regola». Oportet ut scandala eveniant. Adesso che De Bortoli ha dichiarato fallimento, il fenomeno sommerso affiora sulle prime pagine dei giornali veneti. «Daremo la caccia ai committenti italiani dei laboratori cinesi non in regola: questo non è affatto made in Italy», promette Carmine Damiano, questore di Treviso. «Provare un collegamento diretto è difficile: nessun committente affida direttamente i propri lavori, ma si avvale di contoterzisti a cui fa firmare un contratto di fornitura che vieta il subappalto», avverte il colonnello Claudio Pascucci, comandante della Guardia di finanza. È così, De Bortoli? «Certo i signori della moda non sono fessi e sanno come cautelarsi da ogni genere di responsabilità in caso di violazioni lungo la filiera produttiva. Come ha dichiarato il colonnello Pascucci, in linea teorica e da un punto di vista etico chiamare in causa il committente è logico, ma provarne le colpe è quasi impossibile, perché le leggi in materia sono "troppo morbide e facilmente aggirabili", parole sue. Io comunque sto ai fatti». E i fatti quali sono? «Che nel 2009 in Veneto sono falliti 240 laboratori tessili. Che nello stesso anno la Guardia di finanza ha scoperto quasi 600 operai irregolari nel solo Trevigiano. Che il responsabile tecnico di una grande griffe alla vigilia della ricorrenza dei defunti mi disse: "Sa, De Bortoli, lei è un privilegiato, perché in giro troviamo chi ci fa il suo lavoro per 5 euro e ce lo fa anche bene"». Alcune case di moda potrebbero ignorare che i loro vestiti vengono subappaltati a laboratori clandestini. «Va bene, ammettiamo che sia vero. Anch'io, in fin dei conti, per salvarmi mi sarei potuto rivolgere a qualche sfruttatore all'insaputa dei committenti. Ma quando un celebre stilista impone prezzi assurdi, all'insegna del "prendere o lasciare", sa in partenza che servono gli schiavi, non può ragionevolmente ritenere che un imprenditore italiano in regola con le leggi sia in grado di lavorare a quelle condizioni. Prova ne sia che io sono fallito. E questa a casa mia si chiama responsabilità morale». Le aziende devono badare agli utili, si sa. Proprio per non finire come la Herry's. «Sì, ma dev'esserci una misura anche negli utili. Guardi questa scheda: è per un abito foderato di Jil Sander, stagione 2010. Cuciture aperte, cuciture chiuse, pince, orli ripiegati, orli riportati, orli surfilati, scollatura, giri, fodere, impuntura di sbordatura non visibile al dritto, 14 pieghe che si rincorrono in senso antiorario sulla gonna... Saranno una trentina di operazioni. Ci volevano 96,5 minuti di lavoro per un abito così. Sa quanto me l'hanno pagato? Al netto dell'Iva, 40 euro. E hanno avuto anche l'impudenza di consegnarmi l'etichetta col prezzo al pubblico da metterci sopra: 890 euro». Inaudito. «E questa camicia per donna? Servivano 97 minuti. Mi è stata pagata 24 euro. Nelle boutique la trova a 490 euro. Devo continuare?». Prego. «Questo fax arriva dalla Svizzera. Gruppo Gucci. Mi chiedevano una camicia per 34,54 euro. Sono riuscito a strappare un aumento di 1,50 euro per la difficoltà nell'applicazione dei bottoni. Lei vede che il prezzo totale è di 41,73 euro. In realtà poi mi trattenevano 3,50 per il collaudo e 2,19 euro per il bulk, che sarebbero gli accessori forniti da loro. Non è finita: un appendino di Gucci può costare 3 euro. Me ne mandavano uno scatolone e me lo fatturavano. Avanzavo 20 appendini? Me li facevano pagare lo stesso. Avrei potuto restituirli. Ma le procedure per il reso mi sarebbero costate mezza giornata di lavoro di un'impiegata. Tanto valeva rinunciare». E così lavorava in perdita. «Esatto. Sempre sperando che le cose si raddrizzassero. Ce l'ho messa tutta, mi creda. Dicevo agli stilisti: ma a questi prezzi non ci sto dentro, venite a controllare di persona, rimanete per un giorno in azienda e insegnatemi voi quali economie di scala posso fare. Mi hanno spremuto fino all'osso. "Tanto", è stato il commento di uno di loro quando ha saputo che ero spacciato, "per un laboratorio che chiude ne aprono altri cinque". Sottinteso: stranieri». Ma quand'è cominciata la crisi? «Nel 1997, per una camicia, Jil Sander mi dava dalle 70.000 alle 80.000 lire, l'anno scorso in media 16-22 euro, cioè dal 55% al 47% in meno. Un terzista ci mette la pura manodopera e per legge va pagato a 30 giorni. Hanno cominciato a saldare a due mesi, a tre mesi. Poi hanno trasferito le produzioni all'estero: Romania, Slovenia, Tunisia, Portogallo. Infine hanno delocalizzato nei seminterrati italiani. Laboratori-lager. Non c'è provincia che ne sia immune. La Riviera del Brenta e la Marca trevigiana ne sono impestate più di Prato. Gli schiavi non vengono pagati a tempo, bensì un tot a capo. Non importa quanto c'impiegano a finirlo: lavorano lì, mangiano lì, vivono lì. Emergono un'ora al giorno, come i sommergibili, e subito tornano sotto, alla luce artificiale. Dormono tre ore per notte. Non conoscono ferie, Natale, Pasqua, Capodanno, Ferragosto. Non smettono mai e si accontentano di un niente». I suoi colleghi come si salvano? «I più fortunati, quelli che avevano da parte i soldi per i trattamenti di fine rapporto, hanno contenuto i danni, chiudendo subito». Perché non ha fatto lo stesso? «Perché non potevo pagare le liquidazioni ai lavoratori. La metà delle piccole imprese del Veneto l'hanno bruciato da tempo, questo accantonamento. L'ultimo Tfr, 24.000 euro, sono riuscito a versarlo a una dipendente tre anni fa. Scaglionato in 12 rate». Quanto fatturava? «Nel 1995 ero arrivato a 3 miliardi di lire, cioè 2 milioni di euro d'oggi. Nel 2007 ero sceso a 684.000 euro, l'anno dopo a 596.000. Nel 2009 il disastro: appena 288.000 euro». Perdoni la brutalità, lei avrebbe dovuto dichiarare fallimento parecchi anni fa. «Lo so da me. Però chi era? Confucio? a dire che quando un uomo cade dalla rupe si aggrappa ai rovi? Ho venduto la mia villetta a schiera e sono andato a stare in affitto per portare un po' di soldi nella ditta. Dal 2004 ho smesso di farmi lo stipendio, ho dato fondo a tutti i risparmi. A Natale ho capito che era finita: in dicembre avevo fatturato 18.000 euro e fra stipendi, tredicesime, contributi e Irpef me ne servivano 90.000». Che cos'era per lei il lavoro? «Tutto. Mi alzavo dal letto la mattina, recitavo le preghiere e poi venivo qui, fiero di me stesso. Però negli ultimi tempi dicevo a Stefania Dal Ben, che è in azienda da 21 anni: entriamo ad Auschwitz... È blasfemo anche solo pensarlo, ha ragione. Ma il sentimento era quello. Umiliazioni, umiliazioni, umiliazioni, e non sapere se saremmo arrivati vivi a sera. Non c'è di peggio, per un imprenditore, che non riuscire a pagare lo stipendio ai propri dipendenti. Io ho smesso a luglio. Andavo avanti ad acconti. Un fornitore può aspettare, ma una famiglia no. Non riuscivo più a reggere lo sguardo delle operaie, nonostante fossero loro stesse ad incoraggiarmi: "Andiamo avanti, signor Giancarlo, noi ci fidiamo di lei"». Oggi che cosa prova quando vede un défilé in televisione? «Repulsione. Nell'ultima sfilata di Dolce e Gabbana c'era un maxi schermo che rimandava le immagini delle sartine con ago e ditale, per mostrare che l'alta moda è tutta italiana. Non è vero, non può essere vero. Altrimenti io non avrei dichiarato fallimento. Ma dove vivono questi due signori? Ma lo sanno o no che il contratto dei tessili è parificato alle lavanderie? Ma lo sanno o no che la scuola Calligaris di Treviso e quella di Azzano Decimo, dove s'insegnavano taglio, cucito e modellistica, hanno chiuso una vita fa? L'ultima apprendista che venne a suonarmi il campanello per essere assunta si chiamava Aurora, aveva 16 anni, e per avviarla all'haute couture me ne sono serviti cinque. Sono passati tre lustri da allora. Oggi le sarte si accontentano di pulire i cessi nelle aree di servizio: guadagnano di più». Eppure le griffe spopolano. «La gente cerca gli status symbol, crede di rendersi presentabile con un abito. Ma non sa neanche che cosa compra. La qualità è l'ultimo pensiero. Nessuno controlla, i politici per primi. Ma dài, lo sanno tutti da dove viene fuori l'alta moda italiana che italiana non è! Basterebbe andare a vedere le bollette dell'elettricità. Ci vogliono i 380 volt, mica i 220, per far marciare un laboratorio». Non salva nessuno? «Roberta Furlanetto e Luisa Beccaria, due stiliste milanesi che fanno produrre tutto in Italia da mani italiane. Pretendevano le finiture sartoriali e me le pagavano il giusto». Prova vergogna? «Tanta. Però giro per strada a testa alta. Chi mi conosce sa che non ho mai rubato». Adesso che farà? «Non ne ho idea. Sono un fallito. Che cosa può fare un fallito? Confido nella clemenza del giudice. Secondo l'avvocato mi sequestrerà un quinto della pensione di reversibilità di mia moglie, che è di 800 euro mensili, e mi pignorerà i mobili, lasciandomi il letto e il fornello. Questo è ciò che ho avuto dalla vita. Ma almeno sono morto in piedi».
Inserita il : 07-03-2010 11:17 da Redazione
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Economia
Rialzi più elevati: alimentari, telecomunicazioni ed energia |
| Lavoro, stipendi in salita: +2,5% rispetto al 2009 Su pure l'inflazione: 1,3% |
Le retribuzioni contrattuali orarie nel mese di giugno sono aumentate del 2,5% rispetto allo stesso mese del 2009 e dello 0,1% rispetto a maggio. L'Istat ricorda che l'inflazione a giugno ha segnato un +1,3%. La crescita registrata dalle retribuzioni nel periodo gennaio-giugno 2010, rispetto al corrispondente periodo del 2009, è così del 2,3%.
Retribuzioni in crescita Guardando ai diversi settori, nel mese di giugno, a fronte di una variazione tendenziale media del +2,5%, i comparti che presentano i rialzi più elevati sono "alimentari, bevande e tabacco" (+2,5%), "telecomunicazioni" (+4,5%), "energia e petroli" (+4,4%), "regioni e autonomie locali" e "servizio sanitario nazionale" ...(continua)
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Economia
Il decreto firmato dal ministro Tremonti su proposta di Bankitalia |
| Commissariato il Credito Cooperativo Fiorentino |
Il ministro del Tesoro, Giulio Tremonti (nella foto), ha firmato il decreto di commissariamento del Credito Cooperativo Fiorentino. Lo rende noto un comunicato di via XX Settembre. Il Ministero precisa che la proposta di commissariamento formulata da Bankitalia e' arrivata il 21 luglio, la pratica e' stata istruita dagli uffici ed e' stata siglata venerdi' dal Direttore generale del Tesoro - Segretario del CICR. Il 26 luglio e' stata ritrasmessa al Gabinetto del Ministro per la firma, e martedi' Tremonti ha firmato il decreto. ...(continua)
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Economia
Così ha deciso la Golden Lady Company, nuova proprietaria del noto marchio di calze. Sono 350 i dipendenti licenziati |
| La Omsa saluta Faenza e apre uno stabilimento in Serbia |
Chiuso a Faenza lo stabilimento Omsa, nome famosissimo nella produzione di calze. La proprietaria Golden Lady Company ne aprira' un altro in Serbia. La chiusura dello stabilimento ha portato al licenziamento di 350 dipendenti, molte donne. A dare notizia dell'accordo con il ministro dell'Economia serbo e' la Filctem-Cgil. Il gruppo, che detiene i marchi Omsa, Golden Lady, Sisi', Philipe Matignon, Filodoro, ha 7.000 dipendenti, 9 stabilimenti in Italia, 4 in Usa, 2 in Serbia, che presto saranno 3. ...(continua)
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Economia
A Livorno il gruppo di Caprotti offre 40 milioni per un terreno dove edificare un centro commerciale, ma i proprietari ne incassano dieci in meno pur di cederlo al colosso vicino alla sinistra |
| Coop blinda anche la Toscana: Esselunga fuori |
Per la seconda domenica consecutiva, il patron di Esselunga Bernardo Caprotti ha comprato pagine di pubblicità sui principali quotidiani per spiegare come funzionano le cose in materia di «concorrenza e libertà» nelle regioni rosse. La settimana scorsa, il caso Modena: prima le Coop pagano un terreno cinque volte il suo valore commerciale per ostacolare l'insediamento di un supermercato Esselunga, poi il comune completa l'opera decidendo di trasformare l'area da commerciale a residenziale. Così il supermercato non verrà mai costruito, né a marchio Coop ma soprattutto non a marchio Esselunga. E chi ci rimette di più? Per capirlo basta osservare lo ...(continua)
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Economia
Il ministro vuole la precisa garanzia che non vengano penalizzati gli stabilimenti italiani |
| Sacconi: "Chiederemo alla Fiat la saturazione degli impianti produttivi nazionali" |
'Alla Fiat chiederemo di garantire la saturazione degli impianti produttivi nazionali, compreso Mirafiori. Cosi' il ministro Maurizio Sacconi (nella foto). 'Quello che ci interessa e' che la sua dimensione internazionale non penalizzi le fabbriche italiane', ha aggiunto il titolare del Lavoro in vista del tavolo convocato per mercoledi' prossimo sullo stabilimento di Mirafiori. Sacconi si dice inoltre fiducioso sulla possibilita' di trovare un'intesa: 'l'adesione della Fiat al tavolo e' incoraggiante'.
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Economia
E intanto il premier annuncia per la prossima settimana la nomina del nuovo ministro per lo Sviluppo Economico |
| Berlusconi sul piano Fiat: "Libera di delocalizzare la produzione, ma non a scapito dell'Italia" |
In una libera economia e in un libero stato un gruppo industriale è libero di collocare dove è più conveniente la propria produzione". Mi "auguro però che questo non accada a scapito dell'Italia e degli addetti a cui la Fiat offre il lavoro". Lo ha detto il premier Silvio Berlusconi rispondendo ad una domanda - nel corso della conferenza stampa con il presidente russo Dmitri Medvedev - parlando della decisione Fiat di spostare alcune produzioni in Serbia.
'NUOVO MINISTRO SVILUPPO PROSSIMA SETTIMANA' - "In questo periodo ho fatto qualche cambiamento importante nella struttura del ministero ma ora posso anticipare che la ...(continua)
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Economia
I cittadini lombardi quelli più tartassati, le tasse più leggere sono invece quelle pagate dai campani |
| Il "fisco locale" pesa ogni anno 2.364 euro a testa sui cittadini italiani |
Il "fisco locale" pesa ogni anno per 2.364 euro a testa sui cittadini italiani. A fare i conti in tasca ai contribuenti alle prese con i balzelli di Regioni, Province e Comuni è uno studio dei tecnici della Camera elaborato in base ai dati forniti dalla Copaff, la Commissione paritetica per il federalismo fiscale, che l'ANSA ha rielaborato. I dati, elaborati per favorire l'esame dei provvedimenti ora in arrivo in Parlamento, sono relativi al 2008, l'ultimo anno disponibile. Dall'elaborazione emerge che i più tartassati, nelle regioni a contabilità ordinaria, sono i cittadini lombardi con 2.697 euro pagati a testa a ...(continua)
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Economia
Per il ministro Sacconi occorre riaprire il tavolo, ma per i più è preoccupazione legata anche alla competitività dell'azienda |
| La Fiat va in Serbia e Calderoli replica subito: "Non sta ne' in cielo ne' in terra!" |
''Credo che si debba quanto prima riaprire un tavolo tra le parti per discutere l'insieme del progetto Fabbrica Italia, cioe' quel progetto che vuole realizzare investimenti nel nostro Paese se accompagnati da una piena utilizzazione (rpt, utilizzazione) degli impianti secondo il modello gia' concordato a Pomigliano''. Lo ha detto a Pescara il ministro del Welfare e del Lavoro, Maurizio Sacconi. ''Io credo - ha aggiunto il ministro - che ci sia modo di saturare i nostri impianti alla luce dei buoni risultati che il gruppo sta conseguendo negli ambiziosi progetti che si e' dato. Certo - ha concluso - occorrono ...(continua)
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Economia
"Forte contenimento" dei consumi, sia nominali che in termini di quantita' |
| In calo i redditi delle famiglie (-2,6%) |
Le famiglie hanno visto diminuire il loro reddito del 2,6% nel 2009 che, considerando l'andamento dei prezzi, segna una flessione del 2,5% del loro potere d'acquisto. E' quanto rileva l'Istat nelle statistiche in breve sui "conti economici nazionali" in cui rivede, ma di poco, il precedente dato fornito ad aprile che segnava un -2,8%. Il calo del reddito - rileva l'Istat - ha comportato anche un "forte contenimento" nei consumi sia in termini nominali (-1,9%) sia in termini di quantità (-1,8% dopo la riduzione di 0,8% dell'anno precedente). Le famiglie, inoltre, "non sono state in grado di mantenere invariata la ...(continua)
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Economia
Il consiglio di amministrazione approva la scissione: vi saranno una spa per le auto e un'altra per i veicoli industriali |
| Fiat, dal primo gennaio lo scorporo. E il titolo sale in Borsa del 5% |
Fiat regina del listino a Piazza Affari: il titolo sale del 5% grazie all'ok del cda allo scorporo dell'auto e soprattutto a conti trimestrali migliori delle attese.
DISCO VERDE PER LO SPIN OFF - Il consiglio di amministrazione del Lingotto ha approvato la scissione parziale proporzionale, con cui Fiat S.p.A. intende trasferire ad una società di nuova costituzione, Fiat Industrial S.p.A., alcuni elementi dell'attivo (prevalentemente partecipazioni) relativi ai business dei veicoli industriali, motori 'industrial & marine', macchine agricole e per le costruzioni, oltre a debiti finanziari. "Con la scissione - spiega Fiat - queste attività saranno separate da quelle automobilistiche e dalla relativa ...(continua)
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Economia
Sì alla scissione parziale, si parte il primo gennaio 2011 |
| Fiat, via libera del Cda allo spin off |
Il Cda del Lingotto ha approvato la scissione parziale proporzionale, con cui Fiat S.p.A. intende trasferire ad una società di nuova costituzione, Fiat Industrial S.p.A., alcuni elementi dell'attivo (prevalentemente partecipazioni) relativi ai business dei veicoli industriali, motori "industrial & marine", macchine agricole e per le costruzioni, oltre a debiti finanziari. «Con la scissione - spiega Fiat - queste attività saranno separate da quelle automobilistiche e dalla relativa componentistica, che includono Fiat Group Automobiles, Ferrari, Maserati, Magneti Marelli, Teksid, Comau e FPT Powertrain Technologies (attività di motori e trasmissioni per autovetture e veicoli commerciali leggeri)».
L'assemblea del Gruppo Fiat cui spetterà l'approvazione ...(continua)
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Economia
Continua la diminuzione degli infortuni (-9,7%), ma anche per effetto della crisi economica e il calo degli occupati |
| Inail: 1.050 morti su lavoro in 2009, nuovo minimo |
Continua a calare il numero degli incidenti mortali sul lavoro, che tocca il minimo storico. Nel 2009 sono stati 1.050 i decessi, in flessione del 6,3% sul 2008 (quando erano stati 1.120), il numero piu' basso mai registrato dall'inizio delle relative rilevazioni statistiche nel 1951. Nel complesso diminuiscono gli infortuni in generale, scesi a 790.000 (oltre 85 mila in meno dagli 875.144 del 2008) con un calo annuo del 9,7%, che segna la flessione piu' alta dal 1993. Sono i dati del bilancio annuale presentato dall'Inail. Sulla riduzione dei casi registrati e denunciati all'Istituto incide, in parte, anche la crisi ...(continua)
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